CD audio “capelli al vento” omaggio a Joyce Lussu tratto dal lavoro teatrale

“Ti confesso che non mi interesso molto al successo, ma appassionatamente al succede e al succederà” Joyce Lussu

cd Capelli al vento

Joyce Lussu (1912-1998) una delle donne più importanti del nostro novecento.

Una vita straordinaria, epica, che sfiora il mito e la leggenda.

Partigiana a fianco del compagno e marito Emilio Lussu, medaglia d’argento al valor militare, donna laica, antifascista, anticonformista, ironica, battagliera, piena di passione civile e democratica, pacifista, traduttrice di Hikmet, letterata, storica, ambientalista, e altro ancora.

 

 

 

Capelli al vento una vita da leggere e ascoltare. Un teatro civile, vissuto e coinvolgente, femminile e femminista, romantico e disincantato, tenero ed eccitante, divertente e commovente.

copertina cofanetto

Voce recitante Rosetta Martellini Musica originale Andrea Mei

Un progetto Teatro Stabile delle MarcheFabrica TeatroNova AssociazioneStudio Potëmkin
Patrocinato e sostenuto da Provincia di Ascoli PicenoProvincia di MacerataConsiglio Regionale delle MarcheMediateca delle Marche

Il cofanetto contiene: cd audio (durata 70’), biografia, drammaturgia, foto dello spettacolo teatrale, 12 cartoncini con testi di Joyce Lussu

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info@fabricateatro.it

Ascolta una traccia:

 

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A Joyce tra lacrime e farfalle

Da alcuni anni su una parete della mia casa campeggia una foto di Joyce. I capelli bianchi “tirati in crocchia”, come avrebbe detto lei, un paio di occhiali neri a coprire due occhi chiari bellissimi ma ormai offuscati. La mano magra tiene con eleganza una immancabile sigaretta. La fronte corrucciata, il viso severo, ammorbidito da un leggero foulard.
È un’immagine che guardo spesso e chi mi fa compagnia, a volte da un consiglio e fa nascere un sorriso, altre interroga provocatoriamente e costringe a distogliere lo sguardo.
Stavo guardando questa foto quando parlai al telefono con suo figlio Giovanni, piena di pudore nel nominare il nome di quella donna che avevo davanti e che per me ormai da tempo è diventata semplicemente Joyce, ma stavo parlando con Giuannicu, e mi limitai a usare il più sobrio e rispettoso “sua madre”.
Chi fa teatro può capire l’intensa emozione, perché in scena avevo sentito il suo dolore di madre e per Giuannicu avevo pianto anche io.
Il coinvolgimento emotivo di un attore è più profondo quando si confronta non con un personaggio ma con una persona. Una persona non un personaggio, come Paolina, come Dolores, altre donne “vere” incontrate nel mio percorso teatrale.
Mai ovviamente per Paolina Leopardi, qualche volta per Dolores Prato, spessissimo per Joyce ho sentito dire “Io l’ho conosciuta!”. “E’ venuta a tenere una conferenza nella mia scuola”, “Ho partecipato ad alcune cene dove lei era ospite, era la più anziana, ma la più brillante e la più affascinante” “Ho frequentato la sua casa, ricordo che andavamo al mare e lei preparava pane e pomodoro tagliato a fette, un mio amico perché toglieva i semi dai pomodori ha subito un rimprovero indimenticabile” “L’abbiamo chiamata a sostenere la nostra battaglia e lei ha tenuto un comizio in piazza”.
Non ho avuto la fortuna e la gioia di conoscerla, una volta però l’ho incrociata, in un teatro nelle Marche, una serata dedicata a Nazim Hikmet e lei era lì, già vecchia, appoggiata ad un bastone, curva, eppure imponente. Un’immagine stagliata nella mia memoria malgrado non sapessi ancora chi fosse, ahimè..
Per preparare questo lavoro ho letto, tra l’altro, “La vita è infinita” (nota)una raccolta di ricordi di chi ha condiviso con lei momenti di vita.
Piccoli episodi, particolari apparentemente marginali, racconti struggenti, dichiarazioni sincere d’amore, ma anche e frequentemente una descrizione o una sottolineatura della sua durezza, del suo esser schietta da far male, del suo intimorire, della sua incessante provocazione alla quale era difficile replicare. Una donna scomoda. Comunque sempre considerata da tutti immensa, un faro a cui rivolgersi, una meta da raggiungere seppur lontana, forse irraggiungibile da noi comuni mortali.
Conoscere la sua storia, leggere i suoi scritti, scoprire le sue idee, lascia un segno permanente,
Joyce è stata una delle figure più importanti del ‘900 e ingiustamente è stata quasi dimenticata.
Si mi sono sentita tanto piccola di fronte alla sua grandezza, mi sono sentita quasi mediocre, ma lo sconforto iniziale ha lasciato spazio alla consapevolezza che personalità come quelle di Joyce non possono essere emulate, che da loro bisogna saper cogliere l’incoraggiamento a scrollarsi un po’ di dosso quel torpore che oggi sempre più pervade quasi tutti noi.
Intendevo proprio questo parlando con suo figlio Giovanni al telefono quel giorno mentre guardavo la foto: “Sa chiunque ha conosciuto sua madre, o di persona o unicamente attraverso i suoi scritti ne è rimasto segnato..” e lui, facendomi ripensare in un sol colpo alla sua vita intera mi rispose…”Eh, si figuri io!”
Joyce non c’è più. In tanti ne sentono con dolore l’assenza, ma forse ci si dovrebbe sempre rammentare i suoi ultimi versi “Tutta questa felicità / non potrà sparire dal mondo / anche dopo il gran tuffo nell’aldilà / continuerà a svolazzarvi attorno / travestita da lucciola o da farfalla…” . Sperarci o crederci, chissà..
Un giorno di maggio di passaggio per Marzabotto, grazie alla pazienza di un mio caro amico, riesco a visitare quello che è diventato un parco storico della memoria, l’area protetta di Monte Sole. So che voglio vedere il cimitero di Casaglia, il cimitero di Tonello e di Lidia, o di Marino e di Assunta o di Piero e di Maria. Tonello “era tutti i bambini che giocano al sole”, ma “I soldati di Raeder portarono lui e la mamma e i fratelli / con gli altri al cimitero / li falciarono con la mitraglia”.
Quel giorno di maggio c’era un sole splendido, anche nel piccolo e silenzioso cimitero di Casaglia, dove perfino la morte si è fermata a quella data lontana. Le foto delle tombe immortalano visi ormai antichi, le croci di ferro, arrugginite, perforate dai proiettili con squarci grandi come un dito. Ma l’aria è serena, è placata, ci sono alberi e fiori nel piccolo cimitero e c’è una farfalla bianca che ci svolazza intorno quasi con allegria, si posa sulla spalla, torna a volare, si avvicina, si allontana e si riavvicina. Mai nessuna farfalla si è presa tanta confidenza nei miei confronti! Mi sento quasi a disagio, ripenso ai versi “travestita da lucciola o da farfalla” e mi lascio prendere dalla magia di questo esserino così delicato e leggero, così distante dall’immagine matronale di Joyce, e scopro che quel giorno di maggio non è un giorno qualunque, ma è proprio l’8 di maggio, il giorno in cui si sarebbe festeggiato un compleanno e allora ho detto alla farfalla “Buon compleanno Joyce!”.

ROSETTA MARTELLINI

Nota
La vita è infinita. Ricordo a più voci di Joyce Lussu Andrea Livi Editore

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IAVADAPERISSO-Antonio Prenna “intervista” Rosetta

Questo è il link del blog di Antonio Prenna: http://antonioprenna.wordpress.com/2011/09/15/iavadaperisso/

ciao rosetta mi piacerebbe farti un’intervista qui su fb per inserirla nel mio blog sullo stile di quella a delfina http://antonioprenna.wordpress.com/2011/08/23/delfina-a-ferragosto/

ciao antonio, dopo aver letto quella che più che intervista mi sembra una conversazione, penso sia una bella sfida… non so se sono all’altezza..ma proviamo.. mi faccio coraggio!

la prima domanda è naturalmente legata all’EFFIMERO&ETERNO in questo caso ovviamente riferita al tuo lavoro teatrale

in questi giorni il collegamento alla linea adsl da parte della telecom è andato in tilt!! ora sembra ripristinato.. quindi sono riuscita a leggere il tuo messaggio, ora spero di avere un po’ di tempo per permettere al mio cervello di riflettere?!..

vai pure

(la risposta il giorno dopo)

foto Enrico Lattanzi

Mi chiedo il perché del “naturalmente”, ma questa risposta forse l’avrò io in seguito..
Il coraggio non è sufficiente per rispondere a questo stimolo di riflessione, si deve attingere all’ardimento o alla sfrontatezza.
Laura Curino, una maestra del teatro italiano, un giorno durante un laboratorio disse:”Noi attori se abbiamo qualcosa da dire la dobbiamo fare in vita, perché la nostra arte muore con noi”.
Forse non sono precisamente queste le parole pronunciate dalla Curino, ma riassumono chiaramente il senso del “qui” e “ora” di cui deve essere consapevolmente impregnato chi fa teatro.
O per citare un maestro ancor più riconosciuto come Shakespeare “La vita non è che un’ombra che cammina; un povero attore, che s’agita e si pavoneggia per un’ora sul palcoscenico e che poi scompare nel silenzio.”
Il senso dell’eternità a noi attori non ci appartiene, forse ci possiamo illudere di conquistarla o ambire ad essa, ma noi siamo effimeri per eccellenza.
Che vita può avere uno spettacolo? La vita di qualche stagione quando va bene, poi si deve cambiare. Si è sempre proiettati in avanti e ciò che si è fatto rimane soltanto nel nostro ricordo. A volte capita di incontrare qualcuno che ti dice che ha visto un tuo vecchio lavoro e ti stupisci di questo e ti fa piacere perché sai che significa condividere un’emozione, che temevi sopita per sempre, significa ripercorrere un mondo immaginario, significa guardarsi negli occhi e scoprire in quello sguardo un granello di eternità.

il “naturalmente” si riferisce alla natura di queste “interviste” o almeno alla piega che voglio dar loro…se ne esce qualcosa di compiuto voglio proprio chiamarle così…effimero e e terno…suggestione che viene da una mia intervista a carolyn carlson http://antonioprenna.wordpress.com/2010/02/11/carlson/ effimero è il gesto sulla scena, eterna può esserela suggestione che provoca nello spettatore (ma anche su chi è in scena), sull’ombra-che-cammina mi colpisci al cuore…al cuore ramon alcuore, grida clint eastwood…

Se avessi citato “Siamo della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni” mi sarei sentita banale! E comunque è il Bardo che colpisce sempre al cuore, Antonio, al cuore!
Accetto di pensare ad una eternità relativa, altrimenti il mio concetto di eterno è legato alla morte e limiterebbe ogni riflessione prospettica.
Il gesto che sulla scena appare effimero è in realtà il frutto di un lungo percorso di lavoro, di tentativi, di scarti, di limature, di prove. Ciò che rimane e si sceglie è una sintesi, una essenza e per questo a volte può lasciare una suggestione o una emozione che accetto di definire eterna, sia per chi lo ha compiuto, che per chi lo ha visto. Un ricordo dell’anima, e i ricordi sono le uniche cose che ci appartengono, mai dimenticarlo.

shakespeare è fondamento del canone occidentale per bloom…citando i sogni mi fai pensare che in fondo il teatro puà esser proprio quello…non cia vevo mai pensato… in effetti la visione di uno spettacolo è quasi come se si svolgesse in un angolo della mente, buio intorno (almeno la maggior parte delle volte e comunque in un teatro di solito è buio)…come sei arrivata al teatro in una zona depressa come la nostra? c’è stato un momento in cui l’hai deciso oppure è stato frutto del caso? (per me il giornalismo, la tv ecc è stato quasi per caso)

Sicuramente Shakespeare è il punto di riferimento per ogni operatore teatrale, di lui ci si può fidare e a lui ci si può affidare, per questo ancora oggi sopporta e sostiene tutte le interpretazioni, anche registiche, anche le più audaci.
Il buio in teatro è uno stato perenne, o meglio la luce artificiale. Quando si entra, per lavorarci, si perde la cognizione del tempo. Gran parte delle volte entri con il sole ed esci con la luna, o viceversa! Il tempo del teatro non è un tempo scandito dalla natura, si forse è il tempo del sogno o meglio della finzione.

Non so se è stato un caso avere una insegnante di musica che avendo colto in me una sensibilità particolare, scontrandosi con mia madre, decise di portarmi a 13 anni a vedere uno spettacolo, un balletto. Ne rimasi incantata. La mia insegnante avrebbe desiderato che facessi il conservatorio, ma io allora ero una sportiva..
Non so se è stato un caso ascoltare il mio nome pronunciato da un attore e aver sentito per la prima volta la bellezza della esse sonora e desiderare di parlare come lui..
Non so se è stato un caso innamorarsi di un attore-ballerino e iniziare a fare teatro per seguirlo..
Non so se è stato un caso ma ad un certo punto ho capito che non ne potevo più fare a meno.
“Ogni inizio è solo un seguito..” per continuare a fare citazioni, questa è della mia diletta Wislawa Szymborska.

(qualche tempo dopo)

“iavadaperissu” è uno spunto buono, assonanze, onomatopee, parole che si intrecciano con il reale,pomeriggiassolati, è già una “scena”

forse occorre la j iniziale (l’espressione iavadaperisso- io faccio qualche confusione di colline- è venuta fuori da un incontro quasi casuale al bar)

In realtà questa serie di parole, che mi piace pronunciare tutte legate, termina con una O nel mio dialetto. È protagonista di una serie di bigliettini che compongono una parete della mia casa, dove raccolgo termini che ascolto per strada o ritornano da una memoria antica. Insegnando, tra l’altro, dizione, ad un certo punto ho sentito la necessità di recuperare dei suoni “primordiali”, veraci, spontanei. Il dialetto è la lingua delle ferite, dicono. Sicuramente è la lingua dell’istinto: quando litighiamo sono queste le parole che usiamo, hanno più ritmo, sono più ficcanti. Anche in teatro mi è capitato di lavorare con grandi registi che chiedevano di sperimentare un personaggio facendolo parlare con il nostro dialetto. Si ritrova una verità, una autenticità, come un togliere delle strutture che il tempo ha consolidato, è come recuperare una purezza da fanciullo. E poi il ritmo, il tempo comico naturale del dialetto. L’italiano è ancora lontano dal conquistarlo.

mi piacerebbe se riuscissi a scrivere -so che può apparire “stupido”-cosa vedi quando sei in scena, ti rivolgi a qualcuno in particolare che riconosci in platea oppure la mente è vuota di questo e solo occupata da parole che s’accavallano come fossero vita e quella è la tua vita in quel momento ma è “solo” una rappresentazione di altre vite (nel tuo caso joyce e sibilla), le parole magari ti scorrono come in uno dei video di sibilla o le vedi disegnate addosso? (sto improvvisando

Mi piace questa riflessione, mi fa tornare in mente tanti spettacoli diversi, tanti frammenti, immagini, ricordi, emozioni, paure e anche grandi risate. Intanto quando si è in scena si vede tutto, c’è solitamente un livello di ascolto molto alto, tutto deve essere tenuto sotto controllo e insieme ci deve essere una sorta di perdizione. È come se ci fossero due entità, il personaggio e l’attore. Solo a volte avviene la magia che le due entità diventino corpo unico. Più spesso accade che l’attore sia una sorta di tutor, mettendo a disposizione del personaggio il proprio corpo e la propria voce, ma proteggendolo, avendo cura di lui, ricordandogli le tappe da percorrere, i paletti definiti insieme, per il resto il vero capo, la mente suprema, è il personaggio.
La prima volta che ho recitato al Teatro delle Muse ad Ancona, insieme a Neri Marcorè, il teatro era al completo, 1200/1500 persone. Nel momento in cui dovevo fare il mio monologo sono avanzata e ho guardato il pubblico, platea e tre gallerie, tutte piene, ho avuto una sospensione del respiro, allora la Rosetta attrice-tutor ha offuscato la vista e ha permesso al suo personaggio di vivere quel momento senza fargli sentire paura.
Mi è capitato anche più volte di interpretare dei personaggi che agivano tra il pubblico, quindi necessariamente dovevo essere pronta a tutte le variabili possibili, hai un canovaccio ma comanda l’improvvisazione. In queste occasioni il personaggio va a briglia sciolta, può essere un cavallo impazzito, rischia la perdizione totale e in questi momenti il livello d’”ascolto” dell’attore deve essere estremamente elevato, deve regalare al suo personaggio il dono dell’equilibrio. In questi momenti le parole nascono davvero, sono vita di quel momento, senza mediazioni.

Anche dei piccoli “incidenti” si prestano alla vera vita teatrale: alla prima dello spettacolo LA FAVOLA DI CATERINA, uno dei lavori più faticosi e insieme più esilaranti che abbia mai interpretato, il mio compagno di scena, Luigi Moretti, cade accidentalmente nel baule dove eravamo seduti, mi giro e lo vedo incastrato lì dentro, con le ginocchia praticamente in bocca, l’attrice Rosetta non ha potuto fare altro che iniziare a ridere convulsamente, senza neanche riuscire a prendere fiato, (ora che lo sto ripensando sto ridendo ancora!!!), è stata necessaria tutta la freddezza del mio collega per riprendere la scena. Ma il tutto è apparso talmente vero, e lo era!, che il pubblico ha iniziato a ridere con noi, tanto da farci decidere a tenere, anche nelle repliche successive, quella caduta accidentale che è rimasta una dei momenti più divertenti dello spettacolo.
Una volta invece ho vissuto la situazione diametralmente opposta. Con la compagnia giovani del Teatro Stabile delle Marche eravamo a Milano e stavamo rappresentando uno spettacolo sull’olocausto. Prima di partire il nostro regista aveva ricevuto delle minacce telefoniche e quindi aveva allertato le forze dell’ordine che avevano ritenuto opportuno presidiare il teatro mentre c’era la rappresentazione, procurando a noi attori, gli unici che sapevano, un certo allarme. Eravamo sempre in scena e gran parte del tempo dovevamo recitare fissando dei punti precisi verso il pubblico, ma durante quella serie di rappresentazioni la mia attenzione, ma anche quella dei miei colleghi, era tutta dedicata a cercare di cogliere qualche movimento sospetto o rumori inopportuni. Le parole scorrevano in automatico, non c’era nessun collegamento con il pensiero che era decisamente altrove, l’attore in quella situazione aveva relegato il personaggio a mera marionetta esecutrice.
Amo molto la relazione diretta con il pubblico, il poterlo guardare negli occhi, potermi rivolgere chiaramente a lui, quasi aspettando che qualcuno ti dia una risposta o ti faccia una domanda. Crea uno stato di coinvolgimento reciproco che porta un altissimo livello di attenzione e di ascolto, ritorna ancora questa parola per me fondamentale sia nel teatro che nella vita.
Scardina anche un po’ la finzione teatrale e ribadisce quell’essere presente, quell’essere qui e ora, che l’attore deve ricordare di professare nella scena e nella vita.

come avviene la scelta di joyce oppure di dolores (vado sempre a pregare sulla sua tomba a treia)o di sibilla

Anche io sono andata a trovare Dolores al cimitero di Treia, recentemente a San Ginesio (MC) abbiamo fatto una sorta di processione laica per ricordarla. San Ginesio è il comune dove lei insegnò per circa 5 anni e al quale ha dedicato il romanzo CAMPANE A SAN GIOCONDO, pensa un libro, tra l’altro piacevolissimo, scritto nel 1963 e pubblicato solo nel 2009!

Il mio percorso teatrale nel mondo femminile in realtà è iniziato ancora più lontano nel tempo, con Paolina Leopardi, sorella di Giacomo. Essendo di origine marchigiana sono sempre stata attenta e incuriosita dalla cultura del mio territorio.
Scoprii per caso che Giacomo aveva una sorella che con lui aveva condiviso studi e formazione, ma lei in quanto donna, aveva poi condotto una vita da reclusa, malgrado una fortissima sensibilità e una cultura ricchissima.
Più tardi ho incrociato Dolores Prato, altro personaggio travagliato e sofferente, sempre legato alle Marche. Da lì non ho più lasciato che il caso mi indicasse un percorso ma ho scelto di affrontare le “donne di marca”, prima Joyce Lussu e ora Sibilla Aleramo. Joyce che ha amato profondamente la mia regione, pur essendo una cittadina del mondo e Sibilla che invece da questa regione, anzi proprio dal paese dove io sono nata, è scappata. Proprio per questo, Sibilla più delle altre, mi ha sempre accompagnato, ma ammetto di non aver mai, prima, approfondito la sua conoscenza, se non attraverso il romanzo UNA DONNA e qualche poesia.
La molla è stata la visione di una mostra, a lei dedicata, curata da Alba Morino, nella quale ho scoperto la sua complessità e la sua ricchezza, il suo essere anticipatrice e anche il fascino delle sue contraddizioni, che la rendono molto contemporanea e soprattutto molto umana

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Teatro pieno di emozioni e spettatori per l’affettuoso tributo a Joyce Lussu

Rosetta Martellini protagonista di “Capelli al vento”

“Le donne libere portano i capelli al vento”, dice la Joyce Lussu interpretata da Rosetta Martellini nello spettacolo che ripercorre la vita e le poesie della scrittrice, moglie di Emilio Lussu e intellettuale del Novecento che visse per molti anni tra Porto San Giorgio e il mondo.
E si intitola appunto CAPELLI AL VENTO l’omaggio andato in scena al Teatro Cecchetti, spettacolo che ha chiuso le giornate democratiche organizzate dal PD.
Teatro gremito e applausi per la Martellini, sul palco con Andrea Mei che ha saputo emozionare con una recitazione intensa e con alcuni passaggi energici e appassionati.
Un’ora e mezzo di monologo ben costruito, robusto, a tratti emozionante sino alla commozione. Tutto ruota attorno alla vita della Lussu e al suo carattere forte e un po’ severo, amante della vita e della gente, anticonformista e coerente: la sua amicizia profonda con Nazim Hikmet (curò le traduzioni in italiano dei suoi scritti pur non parlando turco), il femminismo, i miti e le leggende della Sibilla marchigiana, l’impegno politico e storico.
Essenziale la scenografia, con l’attrice che coglie fiori come fossero ricordi e disegni che evocano le immagini dei versi.
Grande emozione al termine dello spettacolo, quando è salita sul palco la scrittrice Antonietta Langiu, biografa e cara amica della Lussu sulla quale ha scritto diversi saggi.
“Era solita chiedere a chi incontrava – Cosa fai tu per cambiare il mondo? – e il suo fare libero e severo, ha raccontato, è stato per me di grande incitamento, ha cambiato la mia vita. Nel 2012 ricorre il centenario della nascita di Joyce e stiamo organizzando in tutta Italia delle attività celebrative in suo ricordo, coinvolgendo anche le scuole”.

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IL TEATRO DELLE DONNE-Joyce Lussu secondo Rosetta

Joyce Lussu secondo Rosetta                 

Un giorno, per caso, mossa dalla volontà di cambiare prospettiva alle cose, scopre che Giacomo Leopardi aveva una sorella, Paolina, con la stessa formazione e sensibilità del poeta, ma che, essendo donna e non bella, era vissuta da reclusa. Era stata giornalista, traduttrice, scrittrice, ma di lei restava in generale poca memoria. Inizia così, con stupore e nel segno della riscoperta, il viaggio drammaturgico di Rosetta Martellini, attrice e regista civitanovese che negli ultimi anni ha portato a teatro grandi donne che hanno avuto un legame cruciale con la Marche: Paolina Leopardi (Recanati), Dolores Prato (Treia), Joyce Lussu (Fermo) e quest’anno, con “Sono stata amore” (presentato a luglio a Popsophia) Sibilla Aleramo (Civitanova Marche).

Sono così nati quattro spettacoli sofisticati, di non grande divulgazione perché affrontano personaggi ancora scomodi. Ma opere mai scontate, totali, coinvolgenti, perché frutto di dettagliate ricerche fatte personalmente dalla Martellini, e soprattutto nate con lo scopo di essere pacchetti culturali a tutto tondo.

Stasera alle 21.30 al teatro Cecchetti diCivitanova Marche,sarà di scena “Capelli al vento”, omaggio alla Lussu (“la donna libera porta i capelli al vento” diceva la madre di Joyce), per la regia diRosetta MartellinieLuigi Moretti, con musica originale, composta ed eseguita dal vivo daAndreaMei(tastiera e fisarmonica), produzione diTeatro Stabiledelle Marche e Fabrica Teatro.”Dopo aver incrociato la Leopardi e Dolores Prato – spiega l’attrice – sono approdata a Joyce Lussu. L’idea di un lavoro su di lei c’era da tempo, e quando si è presentata l’occasione mi sono buttata. Durante la preparazione dello spettacolo ho capito che l’avevano conosciuta tutti, ma io no. Il ricordo di lei era per tutti quello di una persona fuori dal comune, ma spigolosa, arrogante, snob. Con il mio lavoro ho voluto cogliere, oltre alla donna battagliera, clandestina, laica, antifascista, ironica, piena di passione civile e democratica, compagna del mitico Mister Mill (Emilio Lussu), anche la donna, madre, fragile”.

Al termine dello spettacolo interverrà Antonietta Langiu, scrittrice e amica di Joyce.

VALENTINA POLCI

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Rosetta Martellini racconta Joyce Lussu

Laura Boccanera intervista Rosetta Martellini

Dopo Sibilla Aleramo, ora l’attrice Rosetta Martellini si cimenta con Joyce Lussu, altra donna forte e sensibile, icona della ribellione e della cultura del suo tempo.
Domani – 7 ottobre ore 21.30, al teatro Cecchetti – va in scena “Capelli al vento”. Omaggio a Joyce Lussu, quest’ultima fatica teatrale racconta in prima persona e senza tentativi di emulazione, con parole, poesia e musica, la vita straordinaria della poetessa, donna laica, anticormista, ironica e battagliera.

Cosa hanno di attuale gli scritti di Sibilla Aleramo e Joyce Lussu in una società che ha perso ogni forma di solidità e riferimento?
Più che i loro scritti, comunque fondamentali ed espressione di grande letteratura, è la loro vita ad essere tuttora esemplare. Sibilla che per affermare la sua coscienza femminile ha persino rinunciato a un figlio, Joyce che è passata dall’essere partigiana durante la guerra, all’essere partigiana della natura, anticipando di molto le battaglie, ad esempio, sull’acqua come bene comune.

Il teatro è cultura? oggi può essere ancora una formula educativa per le nuove generazioni?
Il teatro è cultura perché si rapporta con la realtà e ne offre una possibile interpretazione o fa nascere un dubbio, uno spunto di riflessione.
Penso che per creare una collettività consapevole e critica non si debba aver timore del tempo, non si debba avere fretta, ma essere lungimiranti e competenti. Bisogna portare rispetto sia verso chi la cultura la fa, la produce, sia verso chi ne usufruisce, non pensandolo solo come merce, ma rendendolo parte attiva anche della progettualità.
A livello locale per di più ci si deve scontrare con quel provincialismo che tende a non valorizzare mai le forze del territorio. In realtà chi decide di lavorare sul territorio, deve acquisire delle competenze articolate, oltre a quelle strettamente artistiche, deve proporre, deve prodursi, deve promuoversi. Non è sempre facile.

Ma Civitanova è una città culturale oppure no? Cosa andrebbe riscoperto e valorizzato?
Civitanova è una città piena di potenzialità, di vivacità, malgrado una recente ricerca la indichi come il fanalino di coda della regione. Penso che, oltre ad essere tutti diversamente abili, siamo anche tutti diversamente sapienti e che ogni sapienza vada valorizzata. Si conosce ciò che si ama e ciò che ci serve e forse gli stimoli dovrebbero concentrarsi a far crescere questi aspetti. Si enfatizza molto il binomio qualità-quantità, ma non c’è sempre corrispondenza. Si snocciolano numeri indipendenti dal valore reale e profondo, delle iniziative. C’è ancora troppa sporadicità nelle proposte. L’aspetto economico associato alla proposta culturale è fondamentale, ma è conseguenza, non presupposto, altrimenti si perde la finalità principe della cultura che è il nutrimento della coscienza per relazionarsi meglio con il mondo. Meno attenzione agli eventi, più progetti di lunga data, spalmati nell’arco dei dodici mesi e rivolti a tutte le fasce d’età.

 

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E’ on line il promo di SONO STATA AMORE da Sibilla Aleramo

SONO STATA AMORE è l’evocazione teatrale di una “somma di vita”, un viaggio attraverso una coscienza femminile straordinaria e anticipatrice, quale è stata quella di Sibilla Aleramo.
È “svelamento” di quel sogno d’amore che Sibilla ha voluto portare nella mischia e mostrare spudoratamente anche con quella sensualità tutta femminile che le ha fatto attribuire i peggiori appellativi a partire dall’anagramma del suo cognome trasformato in Amorale.
Sibilla, donna ormai risolta, racconta di sé, mettendosi a nudo, quasi confessandosi, in un serrato, diretto e complice dialogo con il pubblico, scegliendo a volte l’ironia, altre la provocazione, ma sempre guidata dalla sincerità.
Dallo stupro subito da ragazzina, a tutti i suoi amori, quello per il figlio innanzitutto, dalla donna che ha abbandonato il destino di madre ed è pervasa di malinconia, a quella che si fa portatrice di una grande missione, attraverso l’impegno politico, in un alternarsi continuo tra passato e presente, supportata da immagini filmate che entrano nel racconto sottolineando i passaggi emotivi.
Alla fine una rinascita, una preghiera, cantata, urlata che invece di chiudere i confini dell’accoglienza, li allarga oltre qualsiasi orizzonte.
“Che la gioia mi avvolga, che io mi senta soltanto fluttuare nella gioia!”

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